RENOIR A CAPISTRANO
Chiesa Madre (Luogo dove si trovano gli affreschi di Renoir) A Napoli Renoir abitava in un piccolo albergo frequentato soprattutto da preti. Rivela Renoir: “ A tavola, intorno ai piatti di spaghetti al pomodoro, ero il solo a non vestire di nero.” Faceva lunghe discussioni teologiche con un prete magro e dal naso enorme. Il pittore francese, giansenista convinto, sosteneva l’idea della grazia assoluta. “Per dipingere le Nozze di Cana ci vuole la grazia, come pure per dipingere gli affreschi pompeiani che la bontà divina ha voluto si conservassero sotto la cenere”.
Don Giacomo Rizzuti (Il prete capistranese conosciuto da Renoir a Napoli) Il sacerdote ribatteva che gli autori degli affreschi di Pompei non potevano possedere la grazia dal momento che erano pagani. Cosi, tutte le sere, continuavano le discussioni tra dibattiti teologici, conversazioni culturali e risate. Partito da Napoli, su una barca capitanata da pescatori, Renoir,passando da un porticciolo all’altro, sbarca nel piccolo scalo di Pizzo Calabro, visto che il porto di Vibo Marina era ancora in costruzione e venne completato solo nel 1885. È lo stesso Renoir a raccontare questo episodio : “Una contadina, vedendomi che non sapevo come cavarmela, chiamò altre donne che lavoravano nei campi. Accorsero ridendo, erano una ventina, e mi circondarono, spiegandomi in calabrese cose che io non capivo. Alla fine entrarono nel fiume, presero me e il mio bagaglio passandomi dall’una all’altra come un pallone da rugby, mi trasbordarono sull’altra riva.”.
Lago Angitola (Il fiume che ha attraversato Renoir) Di questo avvenimento, esiste la testimonianza di un cartolibrario di Monterosso Calabro, che ricorda di alcuni anziani del suo paese (distante 5 km da Capistrano), che narravano di un pittore straniero che nel 1881 venne trasportato da contadine capistranesi da una riva all’altra del fiume Angitola.
Portone Palazzo Manfrida (Palazzo dove ha alloggiato Renoir)
“La povertà della regione era impressionante, ma tutti facevano a gara per accogliermi. I pasti erano più che semplici; nei paesi la gente viveva solo di fagioli, e la pasta, cibo che gli stranieri credono così abbondante nell’Italia meridionale, non la conoscevano neppure”. Renoir occupava il periodo della sua villeggiatura capistranese, dipingendo in estemporanea paesaggi, lavandaie, contadini e donzelle. Nel paese di Capistrano il ricordo di un pittore straniero che chiamava le fanciulle “mademoiselle”, si è conservata come reminiscenza orale per generazioni, fino agli anni sessanta. “ Tutti i calabresi che ho incontrato erano generosi e così allegri nella loro miseria! C’è da chiedersi se valga la pena di guadagnare del denaro”.
Portone Palazzo Bongiorno ( Palazzo dove Renoir ha incotrato il mecenate che gli ha chiesto il rifacimento degli affreschi) Una testimonianza molto rilevante è quella della domestica di Francesco Bongiorno detto “Don Ciccillo”, che racconta,di aver letto in un memoriale della famiglia Bongiorno, che Francesco Bongiorno senior, sindaco di Capistrano dal 1862 al 1887, un giorno invitò a pranzo il pittore francese. Durante il convivio, il sindaco raccontò a Renoir del mecenatismo della sua famiglia, soprattutto delle ricostruzione della Chiesa Madre in stile tardo barocco, dove in seguito lo condusse per fargli ammirare gli affreschi che custodiva. Renoir rimase affascinato dalla magnificenza della Chiesa , che definirà in seguito la vera bellezza dell’arte italiana: “ Un affresco nella chiesa di un villaggio, di un ignoto che già annuncia Cimabue e Giotto, un colonnato del XII secolo, il tetto di un modesto convento che dette asilo a qualche discepolo di San Francesco. Per me l’Italia è simbolizzata dai Fioretti, e non dalle esagerazioni teatrali! E neppure da quegli stupidi imperatori romani!” L’unica nota stonata, che avvilisce Renoir, sono alcuni affreschi rovinati dall’umidità. Il sindaco gli chiese apertamente se potesse restaurare gli affreschi, Renoir rimase lì per lì perplesso, visto che non si intendeva molto di affreschi, ma per sdebitarsi con il sindaco e con i suoi concittadini, per la calda accoglienza che aveva ricevuto, decise di ritoccare le parti degli affreschi deteriorati dall’umidità. Torniamo agli affreschi della chiesa Madre di Capistrano; Renoir si recò da un muratore del paese e si fece prestare l’impalcatura e delle polveri colorate, inizio così il rifacimento di alcuni parti degli affreschi deteriorati. Sarà lo stesso Renoir a raccontare questo episodio: “In un paese di montagna rifeci gli affreschi della chiesa distrutti dall’umidità. Non mi intendevo molto di affreschi; trovai dal muratore del paese un po’ di polveri colorate. Chissà se hanno retto!” Oggi, degli affreschi a cui Renoir ricostruì le parti rovinate dall’umidità, se ne sono salvati soltanto tre: “Battesimo di Gesù sul fiume Giordano”, “Noli me tangere” e “Cristo è la Samaritana”.
Queste pagine sono tratte dal libro di Mario Guarna "Gli affreschi di Renoir a Capistrano - un mistero svelato"
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