RENOIR A CAPISTRANO

Chiesa Madre

(Luogo dove si trovano gli affreschi di Renoir)

A Napoli Renoir abitava  in un piccolo albergo frequentato soprattutto da preti. Rivela Renoir:

“ A tavola, intorno ai piatti di spaghetti al pomodoro, ero il solo a non vestire di nero.”

Faceva lunghe discussioni teologiche con un prete magro e dal naso enorme. Il pittore francese, giansenista convinto, sosteneva l’idea della grazia  assoluta.

“Per dipingere le Nozze di Cana ci vuole la grazia,  come pure per dipingere gli affreschi pompeiani che la bontà divina ha voluto si conservassero sotto la cenere”.

Don Giacomo Rizzuti

(Il prete capistranese conosciuto da Renoir a Napoli)

Il sacerdote ribatteva che gli autori degli affreschi di Pompei non potevano possedere la grazia dal momento che erano pagani. Cosi, tutte le sere, continuavano le discussioni tra dibattiti teologici, conversazioni culturali  e risate.
Il prete in questione era Don Giacomo Rizzuti di Capistrano, insegnante presso la nobile famiglia dei Bonanno di Napoli, le descrizioni che faceva del suo paese natale, immerso fra gli ulivi, spiegato supino su di un spartiacque di monti, con lo sguardo rivolto verso il mare, fecero sorgere a Renoir la bramosia di visitarlo. Don Giacomo gli fece avere una lettera di raccomandazione dal vescovo di Mileto, che gli avrebbe permesso di ricevere ospitalità nelle case parrocchiali. Renoir, dopo aver avuto tutte le indicazione dall’amico prete, di come raggiungere il suo paese natale, partì alla volta di Capistrano, paese di origine basiliana, che è situato sul versante occidentale delle Serre, in provincia di Vibo Valentia.

Partito da Napoli, su una barca capitanata da pescatori, Renoir,passando da un porticciolo all’altro,  sbarca nel piccolo scalo di Pizzo Calabro, visto che il porto di Vibo Marina era ancora in costruzione e venne completato solo nel 1885.
Pizzo era la sede portuale che, in mancanza di ferrovia, si comportava come scalo d’arrivo e di partenze delle persone e delle merci, che giungevano dalle grandi città come Napoli, Roma e Palermo…
Nella città napitina, vi sbarco un altro illustre francese, Giacchino Murat, che non ebbe molto fortuna quando mise piede sul suolo calabrese, ma  questa è un’altra storia, considerato che il pittore francese era venuto in Calabria per un viaggio di piacere e non di conquista.
Raggiungere il paese di Capistrano, ubicato nell’entroterra delle serre, non era molto facile per gli abitanti che distavano una cinquantina di chilometri, figuriamoci per uno straniero, che proveniva dalla lontana Francia. Quindi Renoir si affidò ai vetturini che guidavano delle carrozze trainate dai muli, quelle che i cittadini di Pizzo Calabro chiamavano “vetture”. I Vetturini pizzitani  erano molto esperti e conoscevano molto bene le strade che conducevano ai paesi circostanti. Una di queste “vetture”, quarantasei anni prima aveva accompagnato, da Pizzo Calabro a Cosenza, un altro illustre francese, lo scrittore Alexandre Dumas.  Renoir era un grande ammiratore dello scrittore francese, e, si sarà sentito onorato di salire su una di quelle vetture, che avevano accompagnato il grande Dumas.
La vettura, lasciata la cittadina di Pizzo Calabro,  si inoltra per la vallata denominata “Angitola”, giunti alla riva del fiume, che prende il nome della vallata, la vettura si dovette fermare, visto l’impossibilita di continuare il viaggio, a causa dell’ingrossamento del fiume dovuto alle forti piogge invernali.

È lo stesso Renoir a raccontare questo episodio :

“Una contadina, vedendomi che non sapevo come cavarmela, chiamò altre donne che lavoravano nei campi. Accorsero ridendo, erano una ventina, e mi circondarono, spiegandomi in calabrese cose che io non capivo. Alla fine entrarono nel fiume,  presero me e il mio bagaglio passandomi dall’una all’altra come un pallone da rugby, mi trasbordarono sull’altra riva.”.

Lago Angitola

Lago Angitola

(Il fiume che ha attraversato Renoir)

Di questo avvenimento, esiste la testimonianza di un cartolibrario di Monterosso Calabro, che ricorda di alcuni anziani del suo paese (distante 5 km da Capistrano), che narravano di un pittore straniero che nel 1881 venne trasportato da contadine capistranesi da una riva all’altra del fiume Angitola.
Renoir continua il suo viaggio a piedi, accompagnato dai contadini capistranesi  per i sentieri che salgono verso i monti della Contessa.
Quando giunge a Capistrano nel dicembre 1881,  ha quaranta anni alle sue spalle conserva tre mostre degli impressionisti e alcune esposizioni al Salon (l'esposizione artistica nazionale) . Le mostre espressioniste avevano ricevuto aspre critiche, che non avevano portato al pittore né soldi, né fama, né gloria. Quindi al di fuori delle mura parigine, Renoir per il resto del mondo era un perfetto sconosciuto.

 

Portone Palazzo Manfrida

(Palazzo dove ha alloggiato Renoir)


Renoir a Capistrano alloggia presso il palazzo Manfrina, ospite del sacerdote Domenico Manfrina junior, per quanto riguarda i pranzi, tutti in paese facevano a gara per accogliere nella propria casa il pittore straniero. Racconterà in seguito Renoir:

“La povertà della regione era impressionante, ma tutti facevano a gara per accogliermi. I pasti erano più che semplici; nei paesi la gente viveva solo di fagioli, e la pasta, cibo che gli stranieri credono così abbondante nell’Italia meridionale, non la conoscevano neppure”.

Renoir occupava il periodo della sua villeggiatura capistranese, dipingendo in estemporanea paesaggi, lavandaie, contadini e donzelle. Nel paese di Capistrano il ricordo di un pittore straniero che chiamava le fanciulle “mademoiselle”, si è conservata come reminiscenza orale per generazioni, fino agli anni sessanta.
 Per ricambiare le manifestazioni di generosità delle famiglie capistranesi, visto che non possedeva molto denaro, faceva il ritratto dei bambini, ciò rendeva molto appagati i genitori. Racconta Renoir:

“  Tutti i calabresi che ho incontrato erano generosi e così allegri nella loro miseria! C’è da chiedersi se valga la pena di guadagnare del denaro”.

 

Portone Palazzo Bongiorno

( Palazzo dove Renoir ha incotrato il mecenate che gli ha chiesto il rifacimento degli affreschi)

Una testimonianza molto rilevante è quella della domestica di Francesco Bongiorno detto “Don Ciccillo”,  che racconta,di aver letto in un memoriale della famiglia Bongiorno, che Francesco Bongiorno senior, sindaco di Capistrano dal 1862 al 1887, un giorno invitò a pranzo il pittore francese. Durante il convivio, il sindaco raccontò a Renoir del mecenatismo della sua famiglia, soprattutto delle ricostruzione della Chiesa Madre in stile tardo barocco, dove in seguito lo condusse per fargli ammirare gli affreschi che custodiva. Renoir rimase affascinato dalla magnificenza della Chiesa , che definirà in seguito la vera bellezza dell’arte italiana:

“ Un affresco nella chiesa di un villaggio, di un ignoto che già annuncia Cimabue e Giotto, un colonnato del XII secolo, il tetto di un modesto convento che dette asilo a qualche discepolo di San Francesco. Per me l’Italia è simbolizzata dai Fioretti, e non dalle esagerazioni teatrali! E neppure da quegli stupidi imperatori romani!”

L’unica nota stonata, che avvilisce Renoir, sono alcuni affreschi rovinati dall’umidità. Il sindaco gli chiese apertamente se potesse restaurare gli affreschi, Renoir rimase lì per lì perplesso, visto che non si intendeva molto di affreschi, ma per sdebitarsi con il sindaco e con i suoi concittadini, per la calda accoglienza che aveva ricevuto, decise di ritoccare le parti degli affreschi deteriorati dall’umidità.
  Renoir, come racconterà lui stesso non era molto esperto nella pittura a fresco,  anche se non è la prima volta che si cimenta con questo tipo di pittura.
Da giovane, si fermò in un caffè dei Mercati Generali per mangiare un panino, udì senza volere una discussione fra il proprietario e il capo di una impresa di pittori. Si trattava di ridipingere il caffè, ma il prezzo richiesto sembrava al padrone decisamente esagerato. Quando l’impresario se ne andò, Renoir si avvicinò e si propose di fare il lavoro. Il caffettiere stentava a credere che quel ragazzo fosse capace di decorare i caffè. “ E se mi rovinate le pareti?”. Il giovane Renoir gli propose, per convincerlo, di essere pagato solo a lavoro terminato. Renoir era euforico nel cimentarsi a dipingere una parete “ Non si può immaginare cosa significhi coprire una grande superficie. È qualcosa di inebriante!”. Renoir intuì subito che la difficoltà maggiore della pittura murale consiste nell’impossibilità di indietreggiare. “Stai con il naso sul soggetto. Nella pittura a cavalletto puoi tirarti  indietro, mentre lì sei bloccato sulla scala”. Perciò balzava dall’impalcatura, correndo di continuo all’altra estremità della sala per giudicare le proporzioni.
Il padrone era estasiato del lavoro. Renoir aveva finito in due giorni ciò che un regolare imprenditore avrebbe fatto in una settimana. Aveva scelto come soggetto Venere sorgente dalle acque, usando soprattutto il verde veronese è il cobalto. I clienti andarono numerosi ad ammirare la venere; Renoir ebbe cosi altre commissioni, dipinse una ventina di caffè a Parigi. Di quelle pareti decorate da Renoir, non si è salvata neppure una.  

Torniamo agli affreschi della chiesa Madre di Capistrano; Renoir si recò da un muratore del paese e si fece prestare l’impalcatura e delle polveri colorate, inizio così il rifacimento di alcuni parti degli affreschi deteriorati. Sarà lo stesso Renoir a raccontare questo episodio:

“In un paese di montagna rifeci gli affreschi della chiesa distrutti dall’umidità. Non mi intendevo molto di affreschi; trovai dal muratore del paese un po’ di polveri colorate. Chissà se hanno retto!”

Oggi, degli affreschi a cui Renoir ricostruì le parti rovinate dall’umidità, se ne sono salvati soltanto tre: “Battesimo di Gesù sul fiume Giordano”, “Noli me tangere” e “Cristo è la Samaritana”.

 

Queste pagine sono tratte dal libro di Mario Guarna "Gli affreschi di Renoir a Capistrano - un mistero svelato"